Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanisetta, si allontana dalla via d’Amelio con gli agenti di scorta dopo un suo intervento in occasione della commemorazione della strage il 19 luglio 2012.


Lettera di Roberto Scarpinato a Paolo Borsellino.

Via d’Amelio, Palermo, 19 luglio 2012.

  

L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta alla commemorazione dei venti anni della strage di Via D’Amelio. 

Caro Paolo,

oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.

E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e abarattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.

Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.

 

Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.

Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.

 

Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti di Bassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.

E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.

 

Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso. 

Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire “ Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.

 Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. 

 

Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.

Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca,Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”. 

 

Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.

 

Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.

Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.

 

Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità.

 

E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.

Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.

Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.

Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.

 

E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.

 

Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.

Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.

Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.

Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.

 

E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.

Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.

Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.

 

Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.

Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte. 

 

E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.

Roberto Scarpinato - Lettera a Paolo Borsellino

Via d’Amelio, Palermo, 19 luglio 2012.

La Kalsa vent’anni dopo

La mattina del 24 maggio scorso ero a Corleone per i funerali di Stato di Placido Rizzotto: sessantaquattro anni per un funerale.

Di pomeriggio sono andato all’inaugurazione della mostra fotografica di Tony Gentile, l’autore della celebre fotografia a Falcone e Borsellino, in cui i due magistrati sorridono.

All’uscita della mostra ero in compagnia dell’amico e collega Angelo Cirrincione, quando l’ho visto fermarsi improvvisamente, sbiancare, e mettersi le mani sul viso ed esprimere a bassa voce: “No. Non ci posso credere”. Era come se avesse visto un fantasma. Paralizzato. Poi ha alzato lentamente lo sguardo, sempre basso, di fronte a sé, sul lato oppostodi via Schiavuzzo, una stradina larga poco più di tre metri. Ho seguito lo sguardo e mi sono accorto di un ragazzo del quartiere, poco più che ventenne.

“Angelo, cos’ è successo?” gli chiedo.  

“Ora te lo dico, ora te lo dico”.

Una pausa interminabile di pochi secondi, fino a quando il ragazzo si allontana.

“Guarda lì di fronte”. Mi sono avvicinato alle tavole di legno che delimitavano il cantiere a pochi passi. Attaccato vi era il manifesto della mostra di Tony Gentile con la foto iconica dei giudici Falcone e Borsellino che, scambiandosi una parola, sorridono. Uno sputo rivolto al viso di Giovanni Falcone colava lungo la locandina, diramandosi lentamente in 3 scie.

A quel punto un brivido lungo la schiena mi immobilizza. Non sapevo cosa fare, cosa dire, se lasciar perdere o incazzarmi come una iena, oppure semplicemente parlargli, chiedergli se lui e la sua famiglia stanno bene, sapere se si lamentano. Fargli capire che coloro a cui ha sputato hanno lottato più di chiunque altro un sistema che tiene proprio loro e gran parte della popolazione siciliana per le palle.

E tutto questo in un giorno. La presenza di uno Stato che fa le gite qui al Sud per le commemorazioni, a Corleone, all’aula bunker, all’albero Falcone di via Notarbartolo, quando a pochi passi alla Kalsa, nel quartiere in cui Falcone e Borsellino sono cresciuti, la gente si sente invece rappresentata da altro.

Capaci. The Fiat Croma of Giovanni Falcone’s escort agents, Rocco Di Cillo, Antonio Montinari and Vito Schifani, killed in the Mafia bombing on May 23rd 1992. //Capaci. Fiat Croma targata 72677 degli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinari e Vito Schifani, uccisi nella strage del 23 maggio 1992.

capaci

Alle 17. 58 ero a Capaci, nel terreno adiacente l’autostrada, per la commemorazione della strage. C’erano i fiori, c’erano i sindaci con la fascia tricolore, c’erano i soliti politici. Oggi ha piovuto a dirotto, per cui il terreno era una grande pozzanghera di fango. Ed ero là, in mezzo alla gente. Davanti a noi, i politici che recitavano il Mea Culpa e si battevano tre volte il petto. Mi sono guardato le scarpe sporche, e li ho guardati in faccia; mi sono guardato le scarpe sporche, e li ho guardati in faccia. E ho pensato: “Si, c’è tanto fango”.


Francesco Cipriano

aridaterra

What do you know of this land, this people, this life? What do you, who gazes from the outside, know of this island in the centre of the world, this gateway between continents? This land is damned, within and without, and so is its people. When the eyes see too much beauty, man becomes wicked and tarnishes everything: the landscape, the houses, the lives. However, beauty emanates from the bombed houses; the blocks of flats and reinforced concrete do not stand a chance when compared to the decadent beauty, the fish blood in the old streets, the boy from Kalsa who points a toy gun at you. The ugliness does nothing to the street hawker, to his calls, to the shrieking women, to the sea breeze. The people are deep, the people are superficial, the people are  in the old houses, in the grey blocks of apartments belonging to the goody-goody middle class. Go on the streets and speak to a people who has withstood centuries, so ravished and ransacked. In an island that has been dominated for centuries, the whore of the Mediterranean, thousands of races and creeds, other states sending armies of sons to die to conquer this Paradise. And then, tired of the foreign oppressors, we joined the peninsula, and rose to the title of slaughterers of our own people. Mafia. This land, so beautiful and neglected, remains within you. It has borne, deep into your bones, penetrating you. It remains within you. No one can ever take this land away from you, not with bites, nor knives, not even with words.


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Che ne sai tu, di questa terra, di questa gente, di questa vita. Che ne sai tu che guardi da fuori, quest’isola in mezzo al mondo, questo passaggio di continenti? Questa terra è maledetta, dentro e fuori, e maledetta ne è la gente. Quando la vista vede troppa bellezza, l’uomo diventa cattivo, e imbruttisce tutto: il paesaggio, le case, le vite. Ma la bellezza viene fuori dalle case distrutte dai bombardamenti; i palazzoni e il cemento armato la possono sucare alla bellezza del degrado, al sangue di pesce nelle vecchie strade, al bambino della Kalsa che ti punta addosso una pistola giocattolo. Nulla può la bruttezza al venditore ambulante e alle sue abbanniate, alle grida delle donne, al vento del mare. Le persone sono profonde, le persone sono superficiali, le persone stanno nelle vecchie case, nei palazzoni grigi, negli appartamenti della borghesia perbenuccia. Vai, e chiedi per la strada a un popolo che resiste, da secoli, così stuprato e saccheggiato. In un’ Isola che da secoli è conquistata, la puttana del Mediterraneo, mille razze e religioni, altri Stati a mandare a morire eserciti di loro figli per conquistare sto Paradiso. E poi, stanchi degli oppressori stranieri, ci siamo affiliati alla penisola, e ci siamo elevati a carnefici del nostro stesso popolo. Mafia. Ma questa terra, così bella e abbandonata, ti resta dentro. Ha scavato, fino al midollo, penetrandoti. Ti resta dentro. Questa terra non te la toglie più nessuno, né con i morsi, né con i coltelli, e nemmeno con le parole.


Tratto da / From Aridaterra, di / by Francesco Cipriano

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